Le fermentazioni accompagnano la nostra specie da migliaia di anni, sicuramente da quando è divenuta stanziale. Pane, yoghurt, idromele, birra, vino, vegetali fermentati sono divenuti parte della nostra dieta, prima “scoperti” in modo casuale e poi ri-prodotti, per varie ragioni: l’esigenza di conservazione e stabilizzazione, la forte carica edonistica e immaginifica, l’adattamento a nuove necessità alimentari.
La fermentazione è stata associata spesso al mistero di una Natura sconosciuta, vista come frutto di una qualche magia, e - nella sua essenza tumultuosa - come caos primordiale e forza vitale.
Così ferménto (s. m. dal lat. fermentum, der. di una radice affine a fervēre “bollire, essere in moto”) ha sì nominato ogni microrganismo capace di indurre una fermentazione (lieviti e batteri) ma anche stato di agitazione, spirito di rivolta, stato d’inquietudine e di eccitazione, volontà creativa (es: fermento di idee).
E dunque cosa significa oggi, nell’Epoca del dominio della Tecnica, “fermentazione spontanea”?
Come è possibile immaginare cibi e bevande che siano il frutto di una cooperazione multi-specie più che il risultato di un protocollo produttivo?
È ancora possibile invertire la rotta rispetto ad un gusto omologato e privo di una carica immaginifica?
Attraverso un percorso didattico che unisce scienze naturali ed umanistiche questo corso prova ad allargare lo sguardo dai singoli micro-organismi, responsabili di una fermentazione, alla capacità dell’agricoltura artigiana di produrre nuovi fermenti sociali e collettivi.
“Se vogliamo prendere, con decisione, le distanze dai presupposti moderni e postmoderni - su natura e cultura, sociale e tecnico, scienza e società, ereditati dall’illuminismo e non cadere nell’orizzonte mortale del produzionismo, non abbiamo altra scelta che quella, poco comune, di riconoscere gli strani tipi di attanti e attrici/ori che dobbiamo ammettere alla narrazione della vita collettiva.”
(Donna Haraway “Le promesse dei mostri”)